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lunedì, febbraio 16, 2004
L'arte dell'impaginazione, attraverso i secoli, è arrivata ad esplorare infinite gamme di accostamenti proporzionali, nel tentativo di avvicinarsi quanto più possibile al concetto di bellezza classico, al mistero dell'equilibrio della natura nelle sue forme. Gli elementi dell'impaginazione classica (ossia caratteri, righe, colonne, fotografie e quant'altro), avevano un piano comune sul quale rapportarsi: un luogo bidimensionale e definito, il foglio di carta. I lunghi viaggi alla ricerca dell'equilibrio perfetto partono spesso dalle proporzioni di questo supporto cartaceo: dalla sua dissezione geometrica arriviamo alla larghezza delle colonne, alla larghezza dei bordi, al peso del carattere. Ora, la carta non è l'unico supporto utilizzato nell'impaginazione oggigiorno. Utilizziamo sempre più spesso lo schermo del calcolatore. Come è possibile impaginarvi correttamente qualsiasi cosa? Siamo ancora alla ricerca di una soluzione. Finora, la nostra conclusione è questa: i calcolatori di oggi sono sbagliati. Risaputamente, manca un'unita proporzionale identica in tutti i tipi di calcolatori. Il pixel non è un'unità di misura affidabile! esso cambia le proprie proporzioni a seconda della modalità-schermo in cui si trova. Solo poche risoluzioni di schermo possono vantare le proporzioni 1:1 nel pixel, vale a dire il pixel quadrato. Non possiamo tollerare una simile situazione, tutte le modalità-schermo dovrebbero avere i pixel quadrati! le altre andrebbero ABOLITE! La legge dovrebbe proibire tali modalità grafiche, effettuando accurati controlli tra i produttori di schede grafiche! E non basta: ogni schermo permette di modificare casualmente la larghezza e l'altezza di ciò che viene rappresentato. Come comportarsi di fronte a ciò? Chiunque conosca il lavoro dietro alla Bibbia di 42 Righe di Gutenberg sa che per distruggerlo basta cambiare la larghezza o l'altezza della pagina. La stessa cosa vale per il David di Michelangelo o per il Partenone di Atene, ad esempio. Non pretendiamo di creare opere di simile grandiosità tramite un calcolatore. Ma la sua non-universalità lo rende fragile, la sua mancanza di standard comunica solo insicurezza, i suoi supporti di memorizzazione lo rendono effimero.
lunedì, febbraio 09, 2004
I bollettini elettronici sono solitamente caratterizzati da una forte sintesi e da testi scarni; tendono più alla frequenza di aggiornamento che ad un contenuto articolato. Non è, nella pratica, un comportamento sbagliato: i calcolatori che utilizziamo oggi rendono scomoda e fastidiosa la lettura di lunghi testi, e la sinteticità è una delle caratteristiche generali della rete mondiale di Internet. Vorremmo quindi scusarci con quanti hanno protestato riguardo alla prolissità degli articoli riportati su questo bollettino. Siamo consapevoli del fatto che il messaggio debba adattarsi al mezzo di comunicazione, e siamo veramente spiacenti di non poterci adeguare. Abbiamo desistito dal progetto di un bollettino cartaceo gratuito a causa dei costi e della difficoltà di diffusione, ma provvederemo a stamparlo per chiunque lo desideri fortemente, naturalmente nei limiti del possibile. Stiamo cercando di elaborare un diverso registro comunicativo, che potrebbe comprendere la trattazione di argomenti a puntate. Colgo l'occasione per aggiungere una critica consapevolmente distruttiva e sterile, ma nondimeno breve: la lingua italiana, così sfaccettata, versatile e ricca di sfumature, è continuamente abusata e mistrattata nella maggior parte dei bollettini elettronici che mi è capitato (saltuariamente a dire il vero) di visitare. Questo vale anche per molte testate che si possono trovare in edicola. Ora, noi non possiamo ritenerci scrittori, o raffinatissimi conoscitori della letteratura italiana, ma amiamo il bel linguaggio, la punteggiatura, il vocabolario ben bilanciato. Ci piace ascoltare quelli che padroneggiano l'arcano mistero della conversazione, della flemma e dell'equilibrio garbato, li ammiriamo e li amiamo perchè sono sempre più rari. Il linguaggio di molti bollettini elettronici ci ricorda, invece, un anziano blaterante e sbavante, pieno di droghe dannosissime. Questo non toglie, comunque, che la strada sbagliata sia la nostra. Ritorneremo quindi sull'argomento con la consueta prolissità, oppure con frasi sconnesse e abbreviate, se saremo trasportati dalla corrente della modernità giovane.
giovedì, febbraio 05, 2004
Vorrei porre alla Vostra attenzione una tematica che ritengo fondamentale per l’individuazione delle principali perversioni che affliggono e insudiciano il nostro panorama visivo: la rotondità.
Un nostro confratello aveva gia affrontato l’argomento con un lungo scritto in cui venivano messe in discussione le teorie di ‘simpatizzazione’ delle interfacce dei calcolatori; veniva criticata in particolare l’assurdità insita nella scelta di utilizzare angoli smussati per rendere più piacevole la visione dei comandi con cui interagire con gli elaboratori numerici: tali scelte provocherebbero fortissimi rischi di distrazione e avrebbero un alto potenziale fuorviante.
Ritengo a questo proposito che non tanto la ‘rotondità’ di-per-sè sia la causa di queste distrazioni, quanto il giudizio che la nostra mente elabora circa quel tipo di forma. Il cerchio è infatti un oggetto effimero in quanto proiezione di un volume sferico, a noi sconosciuto per metà della sua estensione. E il ‘tondo’, riproducendo i criteri di sviluppo del cerchio, è una forma che richiama alla mente questa sua limitatezza. Tale non conoscenza provoca un forte senso di disagio nella nostra attività percettiva, che risulta in buona parte compromessa: abbiamo infatti già dovuto combattere con questo malessere ancora prima di aver avuto accesso all’informazione supportata da tale forma, e la nostra risposta all’azione che si è chiamati a compiere risulta indebolita.
Analogamente vorrei anche citare l'inefficacia delle forme tridimensionali in generale, le quali sono per forza accompagnate dallo stesso senso di inquietudine. La ripresa di elementi naturalisti quali la tridimensionalità (un cubo è elemento naturalistico: anche se in natura non esiste visivamente e anche se la sua perfezione è prettamente ideale, il suo essere tridimensionale riprende chiaramente la caratteristica più particolare della realtà esterna, cioè l’esistenza di un ‘dietro’) va infatti contro qualsiasi utilità pratica che non sia la presentazione all’utente (ritenuto inspiegabilmente un idiota) di forme stereoscopicamente conosciute con le quali possa ‘sentirsi a casa’. Tale pratica va ritenuta dannosa in quanto sopprime le capacità del nostro cervello di elaborare immagini apprese bidimensionalmente che risulterebbero certamente più familiari e preclude al visore la possibilità di usufruire della poetica insita nella propria fantasia. Certamente l’oggetto tridimensionale può essere un contenitore interessante, ma qualora sorga la necessità di far conoscere ad un utente il suo campo d’azione (l’interfaccia video) mi sembra controproducente scegliere l’utilizzo di icone disegnate in tre dimensioni.
Gli eventi e la casualità portano ad imbattersi, talvolta, in fenomeni che è forse sbagliato classificare. Come classificare una corrente senza forma ancora avviluppata nel divenire? In questo caso riteniamo che rientri l'arte elettronica, quella che viene realizzata tramite Calcolatori moderni. Se sia possibile considerare una forma d'arte le incisioni che gli uomini primitivi praticavano nelle loro caverne, è un dilemma che lasciamo alla sensibilità dei lettori. Dal nostro canto, riteniamo che le prime opere di una certa rilevanza semantica potranno essere prese in considerazione solo quando il Calcolatore diverrà una protesi cerebrale diretta: almeno quanto il pennello è un'estensione naturale dell'apparato nevralgico di un pittore. Fino ad allora, questi giochi complicati rimarranno giochi, ed in quanto tali meriteranno sempre attenzione e forse anche rispetto, ma non troppe spremute di meningi. Quale balocco fantastico è il Calcolatore! Seppur chiuso dietro le sbarre di una tastiera e di un tubo catodico luminoso, ci piace sentire il suo ronzio che suona come il rumore dello spazio, come lo si sente dalle astronavi di molti popolari lungometraggi. Ma stringe ancora il cuore la sua instabile incoerenza, che non può stare al passo con l'eleganza di una griglia tiporafica elvetica, con la perfetta autosomiglianza del più umile albero che freme là fuori nel rumore del vento. Ma, come detto, è sbagliato giudicare un processo durante il suo divenire. Quando si sarà cristallizzato potremo forse stabilire se le leggi evolutive portino veramente alla forma migliore, e se queste leggi arbitrano anche nel mondo delle macchine pensanti.
domenica, febbraio 01, 2004
Herbert George Wells pubblicò nel 1897 "La guerra dei mondi", il primo vero romanzo di fantacienza, secondo i canoni moderni. In quanto futuristi, anche nel senso più ottuso del termine, tendiamo naturalmente a simpatizzare per qualsiasi opera che proietti il proprio presente in una traiettoria nello spazio di ciò che deve ancora avvenire; inoltre personalmente tendo a simpatizzare per autori che si dedichino con cura alla dettagliata descrizione di un marziano. Ma l'elemento più interessante, al di là dei gusti e delle inclinazione, che fuoriesce da questo emozionante romanzo è una originale e nitidissima visione dell'evoluzione umana. <BR> I marziani sono descritti come creature verdi dotate di tentacoli, il cui corpo è costituito per così dire da un'enorme testa: "Due occhi scuri mi stavano guardando fisso. La creatura era rotonda e, per così dire, aveva un viso. Sotto gli occhi c'era una bocca, i cui orli privi di labbra tremavano, si agitavano e colavano saliva. Il corpo tremava e si agitava convulsamente. Una scarna appendice tentacolare si aggrappò all'orlo del cilindro, un'altra ondeggiò in aria". Queste creature, ripugnanti e goffe, imporranno il loro dominio sulla terra tramite la loro avanzata tecnologia: una prassi comune da parte di invasori extraterrestri. Ma la forza della visione di Wells sta proprio nel forte contrasto tra la mancanzia di grazia dei marziani e l'elegante precisione delle loro macchine. Questi prodigiosi automi permettono agli extraterrestri di camminare velocemente, di volare, costruire, sparare raggi mortali e quant'altro, e venivano "indossati" dai marziani allo stesso modo in cui noi umani indossiamo un maglione per proteggerci dal freddo. Ma cos'è l'automobile se non una protesi delle nostre gambe? Cos'è una forchetta se non la protesi delle nostre dita? Non è forse il calcolatore elettrionico altro che la protesi di certe funzionalità del nostro cervello? I marziani, come dichiara l'autore stesso, sono una possibile proiezione estrema nel futuro dell'uomo che si evolve all'interno del suo stesso sistema tecnologico. Questi extraterrestri non sono altro, infatti, che un grande cervello e due mani, sotto forma di tentacoli. Privi di apparato digerente che nell'uomo occupa metà del corpo, si nutrono iniettandosi direttamente il sangue di altre creature. Proiettate all'esterno tutte le sue funzioni, materializzandole in artefatti tecnologici, queste creature hanno atrofizzato ogni organo a cui avevano supplito con strumenti esterni.<BR>Quali siano i pro ed i contro in una simile visione futura, esula dalle nostre riflessioni. Se sia giusto abbandonarsi alla tecnologia, sviluppando elementi esterni che ci garantiscano la sopravvivenza, o se sia meglio avere cura del corpo materiale, questo è difficile dirlo. Certo è vero che come la gazzella ha sviluppato la velocità ed il leone ha affinato i propri artigli, l'Uomo ha sviluppato il cervello. Probabilmente abituandosi a mangiare cibi chimici svilupperemo la capacità di nutrirci direttamente di rifiuti urbani quali copertoni di automobili e sacchetti di plastica: l'evoluzione in quanto flusso di potenziale attraverso il tempo fornisce sempre una strada su cui continuare (intesa l'evoluzione di un interso sistema complesso, non di una singola specie). Un problema, certamente, rimane: quando si travia e si imbriglia questo flusso, talvolta si finisce per strozzarlo. Pur potendo sostituire alle mie gambe un'automobile, rimarrei fermo senza benzina. Inoltre, la maggior parte delle automobili che si trovano attualmente sul mercato sono fondamentalmente sbagliate. Il mezzo di trasporto più futurista, insomma, rimane a tutt'oggi la biciletta.
mercoledì, gennaio 28, 2004
E'bello e rassicurante vedere intorno a sè scritte che fanno riferimento agli standard UNI o DIN, poste sui più variegati oggetti che ci circondano. Riteniamo che lo standard universalmente conosciuto riteniamo sia prova di razionalità giusta e democratica, quando esso viene deciso da un ente superiore e disinteressato. Per esempio: raramente sentiamo lamentele riguardo al fatto che la maggior parte dei fogli che usiamo per scrivere o disegnare, o che comunque vengono utilizzati per mole pubblicazioni, seguono la proporzione 1:1,414. Questo rapporto, lo stesso rapporto che esiste tra il lato di un quadrato e la sua stessa diagonale, è quello adottatto dall'ente normativo tedesco DIN come diagonale standard per i fogli di carta. Il foglio nel formato DIN A0 segue il rapporto 1:1.414 ed ha un area di un metro quadrato. Il formato A1 avrà metà dell'area di un A0 e così via. La maggior parte dei fogli che vengono attualmente usati sono conformi allo standard nel formato A4, 21x29,7 centimetri. Non è forse limitante, tutto ciò? I nostri appunti, i nostri disegni, le nostre stampe, e quello che leggiamo, copriranno sempre un area larga 21 centimetri e lunga come la diagonale del suo quadrato? Noi rispondiamo: no. Non è limitante nel senso più profondo del termine. E' solo superficialmente limitante, il vero limite lo vedremo quando su quei 21x 29,7 centimetri non sapremo cosa scrivere. E'forse limitante il sistema gravitazionale universale? Passiamo tutta la vita attratti gravitazionalmente dalla gigantesca sfera sotto i nostri piedi che chiamiamo Terra, ed in situazioni normali tendiamo a non lamentarcene. Un sistema senza riferimenti, questo è limitante. Se ogni stampante utilizzasse un diverso formato di carta, saremmo costretti a comprare la carta dal produttore stesso, probabilmente. E questa sarebbe una vera barbarie degradatamente commerciale. Quando, oh quando, il Deutsches Institut Fuer Normung, meglio conosciuto come DIN, porrà i giusti limiti a questa terra di nessuno fatta di zeri e di uno, dominata come nel medioevo da due regni disorganizzati, dei quali uno porta lo stendardo della finestra, e l'altro porta quello della mela morsicata?
martedì, gennaio 27, 2004
Viene oggi inaugurato il Bollettino Futur, organo ufficiale di informazione del gruppo Avanguardia Futur 1,61.
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